L’oltraggio
del decoro.
“non sunt multiplicanda
entia praeter necessitatem”
Caro Enrico,
molti pensano che uno degli errori più gravi in cui può
imbattersi un artista sia quello di scadere nel mero decorativismo. La
presunzione di tale pericolo pare aver assunto un peso rilevante con le
avanguardie storiche (quasi a costituire cifra fondamentale del
modernismo) e getta la sua ombra fino ad oggi, al punto che ogni seria
riflessione sull’arte non può più fare a meno di
affrontare anche questo “stupido argomento”. Vedi, se il barocco ha
palesato l’emergenza dell’istanza decorativa mediante una torsione delle
spinte idealizzanti rinascimentali (tese a proporre interventi massicci
di ricostruzione della realtà) e ci ha rivelato, in questo modo,
il perverso rapporto tra prassi artistica e potere, successivamente si
sono formulate varie posizioni che hanno sottoscritto il medesimo
principio ornamentale, anche quando apparentemente si scagliavano contro
di esso. La nuova consapevolezza che ne è nata ha così
sposato l’idea secondo cui qualità principale dell’arte è
quella di inserirsi e radicarsi nelle pieghe dell’esistenza umana ad un
livello di profondità tale da dirigerne e determinarne ogni
dispiegamento. Paradossalmente, a questa convinzione è seguita
la progressiva liberalizzazione del fatto artistico come iniziale e
cosciente impulso di liberazione della vita, che a sua volta ha portato
però alla logica conseguenza della necessità della morte
dell’arte stessa. Noi viviamo ormai in una situazione di stallo creata
nell’impaccio di porre la norma e con essa la norma del suo
superamento.
Bene. Un suggerimento per una via d’uscita mi è offerto
dal tuo lavoro e dal modo in cui ti poni nei confronti di esso. Se
l’arte, tramite l’esercizio del suo fascino plasmatore, scandisce ritmi
e visioni del mondo di tutti noi, accompagnando (per non dire
determinando) l’alternanza tra rivoluzione e reazione – celebrando
vicendevolmente potere e contropotere – la decorazione è, in
questo, la sua arma più efficace e silenziosa; e – apparentemente
innocua – ha permesso all’arte di dare un valido contribuito alla
vittoria dell’estetico sul reale, al suo dominio e alla sua tirannia (in
cui il superfluo diviene necessario). Converrai con me che, considerate
le cose in quest’ottica, lo spettacolo è la forma di decoro
più evoluta che si è riusciti a formulare oggi.
Per decorazione, quindi, non credo si possa intendere più
soltanto l’applicazione dell’arte “alta” per scopi secondari (quasi
fosse la svalutazione di una originaria tensione spirituale), ma
bensì il pieno esercizio del suo potere per il potere, con la
parallela valutazione che la sostiene – la quale accetta o rifiuta tale
impiego ma mai, bada bene, può eluderlo a priori. Quindi, l’uso
sfacciato della decorazione, sganciata da qualsiasi finalità
utopistica (sia essa costruttiva o critica), mi sembra la prima
indicazione forte proveniente dalle tue opere e ,nonostante quest’epoca
possa definirsi di “estetismo integrato”, mi riporta ad un’etica
artistica ormai abbandonata. Come se tra docere, delectare e movere
fosse preferibile un indifferente e più onesto decorare
quale modalità d’essere dell’arte (rendendola così
accettabile anche ai miei occhi).
Forse che tu, come me, senti attuale la lezione di Tiepolo?
Le tue modelle, amiche spogliate quasi per gioco, assurgono a ruolo di
superficie pura (e perciò stesso sincera), desiderabile
ricettacolo di un ornamento che, per la sua immediatezza e commistione
col quotidiano, si fa modalità di approccio al mondo
banausicamente inedita.
I piccoli visori illuminati in cui inserisci frammenti dei vostri
incontri privati, una volta ostentati al pubblico, suggeriscono un
ribaltamento tra autentico ed inautentico, un amorevole lavorio che
parte dal basso per istituire un duello tra cinica indifferenza e
dialettica esaltazione decorativa.
Il decoro, sovrastruttura che veicola idee, sospende per un momento il
suo ruolo di stile dell’epoca, e, in qualità di rivestimento
delle cose che rende accettabile agli occhi dei più ciò
che è intimamente sconveniente (se mostrato agli altri!) mette in
evidenza la separazione in quanto tale, sottolinea l’ambiguità
specifica dell’arte neutralizzandola.
Come scrive Peter Sloterdijk: “La sfrontatezza dal
<<basso>> è di grande efficacia purché
esprima, nel suo affondo, energie reali. Essa deve farsi consapevole
della sua forza creando con la presenza di spirito una realtà che
si può eventualmente combattere, ma non più negare”, per
questo il tuo lavoro mi ricorda che “l’Inferiore, il Separato e il
Privato, quando siano condotti in piazza sovvertono.”
Ma alla fin fine, cosa vuoi fare con esso? Proporci nudità da
viaggio? Feticci da tasca per ricordarci che tutto ciò che
portiamo appresso, dal portafoglio al cellulare, ha una carica erotica
non indifferente? Denunciare in questo modo la scissione che ognuno di
noi vive in sé come prodotto di regole etiche e sociali o, ancor
più, come struttura portante dell’intero sistema culturale?
Il limbo che ti sei ritagliato nella distanza tra sessualità
ostentata e sua dissimulazione nel decoro costituisce un monito a vivere
in un candore sconosciuto, da cui tu, Enrico, t’inturgidi le penne e
spicchi il volo…
cinicamente tuo
Lorenzo
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